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MORELLY

 

da L’Illuminismo e la rinascita dell’ateismo filosofico,

tomo I°, dal capitolo I°, § 1.5, pp.76-78.

 

 

Anche Morelly (che però è fervente cristiano) è un importante comunista ante litteram,  il quale pubblica nel 1755 un Code de la nature che può esser assunto a modello canonico di tutti  i comunismi posteriori. Egli parte dall’assunto che il Cristianesimo: «per considerarlo solo come istituzione umana, era tra di queste la più perfetta.» [1] e che il suo vero spirito sia stato tradito, scrivendo:

 

Il Cristianesimo trionfante fece cadere gli idoli, ma difese meglio i suoi misteri della sua legge morale: anzi questa, per mantenere quelli, non osò combattere i pregiudizi, gli usi, le leggi civili contrarie alle intenzioni della natura, con la stessa forza con la quale aveva combattuto il paganesimo. Questa stessa legge morale, anzi, si conformò alle istituzioni politiche in tutto quanto no nera contrario alle sublimi speculazioni sulle quali poggiava. [2]

 

Morelly, che vede nella spiritualità del Cristianesimo primitivo, nella solidarietà sociale e nella comunione dei beni, l’autentico “senso” morale di una vera fede in Cristo, lamenta ancora:

 

Questa stessa religione, del tutto spirituale, cedendo alle debolezze del volgo grossolano, santificò alcune delle antiche superstizioni, tollerò presso popoli barbari pratiche ancora più assurde; il moltiplicarsi delle cerimonie non fece che alro che distrarre gli uomini dal principale oggetto del culto; l’accessorio prese il posto del principale. [3]

 

Poste le premesse teologiche di una società morale Morelly passa all’enunciazione del sistema sociale che ne consegue e delle 3 Leggi fondamentali e sacre destinate a tagliar la radice ai veri vizî e a tutti  i mali di una società in una lunga serie di principi, il primo dei quali enuncia chiaramente il principio comunistico:

 

I - Nella società niente apparterrà singolarmente o in proprietà ad alcuno, eccetto le cose di cui farà uso effettivo sia per i bisogni e piaceri personali, che per il quotidiano lavoro.

II – Ogni cittadino sarà persona pubblica, nutrita, mantenuta e occupata a pubbliche spese.

III – Ogni cittadino, per parte sua, contribuirà alla pubblica utilità secondo le proprie forze, il talento e l’età. Su questa base saranno regolati i suoi doveri, in conformità alle leggi distributive  [4]

 

Posto che tutto diventa “pubblico” va abolito il libero commercio e le risorse vengono distribuite secondo necessità, con una conclusione categorica nell’XI delle Leggi distributive ed economiche:

 

XI – Nulla, secondo le “leggi sacre” si venderà o scambierà tra cittadini, di modo che, per esempio, colui che ha bisogno di erbaggi o legumi o frutta andrà a prendere quanto gliene abbisogna per un sol giorno alla piazza pubblica […] Se qualcuno ha bisogno di pane andrà rifornirsene, per il tempo indicato, presso colui che lo fa  […] Chi ha bisogno di un vestito lo riceverà da quello che lo cuce […] [5]

 

 

da L’Illuminismo e la rinascita dell’ateismo filosofico,

tomo I°, cap. VIII, p.512.

 

    In maniera non dissimile da Rousseau, per quanto in senso decisamente comunistico, vede il concetto di uguaglianza il già citato Morelly, che riprende in senso religioso la concezione, già meslieriana, secondo la quale solo il popolo può conferire potere politico. Nel poema Naufragio alle isole galleggianti, o la Basiliade del 1753, dove immagina uno stato ideale, armonico e senza classi, il popolo è sovrano; ma è nel Codice della natura, del 1755 (a lungo attribuito a Diderot) che egli definisce il suo modello teorico di socialità. Il principio di base è che le leggi della natura non possono che essere buone poiché Dio, in quanto bontà assoluta, non ha potuto che farle tali. Siccome è l’egoismo individualistico a rendere malvagia e ingiusta la società bisogna eliminare la proprietà privata, fonte di avidità e disuguaglianza. Il modello prevede: A. che il diritto di proprietà riguardi solo gli attrezzi d’uso per i bisogni elementari e per il lavoro, B. che sia lo stato a provvedere ai bisogni dei cittadini, C. che ogni cittadino debba contribuire secondo le proprie possibilità alle risorse comuni. Ma questo modello plausibile diventa molto discutibile quando si prevede: D. il divieto di ogni forma di commercio ed E. l’obbligatorietà per i cittadini in una certa fascia di età di un lavoro obbligatorio stabilito dallo stato. Non si può negare a Morelly originalità e coraggio di pensiero, ma non si può trascurare il rischio totalitario di un modello (che affascinerà molto Babeuf) privo di realismo antropologico.  

 

 

 



[1] Morelly, Il codice della natura, a cura di E.Piscitelli, Torino, Einaudi 1952, p.90.

[2] Ivi, p.91

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p.143

[5] Ivi, p.145.